davide's profileThe Sound Of SilencePhotosBlogLists Tools Help

Blog


    April 01

    Capitolo 14

     

    Era una fredda giornata d’autunno. Una di quelle giornate in cui da un momento all’altro sta per nevicare. Le foglie secche volavano in mulinelli improbabili, alzate dal vento gelido proveniente da mare del nord. Il cielo era cupo e dava l’impressione che un’enorme nuvola compatta si fosse impossessata di tutta l’Europa settentrionale. La gente camminava frenetica e indifferente negli stretti vicoli della zona “Rossa” di Amsterdam, imbacuccati in giacconi, sciarpe in pile e strani cappelli di lana al fine di sconfiggere il gelo. “Ma il gelo non si sconfigge quando proviene da dentro.”

    Hank guardava al di fuori della grande finestra in vetro spesso, ripetendosi quella frase. Piccole gocce di condensa e intensi aloni facevano intendere quanta differenza di temperatura ci fosse tra l’esterno e l’interno dell’appartamento. Era caldo e accogliente l’appartamento di Hank. Si affacciava all’angolo tra l’Evertsenstraat e il Rembrant Park proprio all’interno di uno dei più trasgressivi quartieri dell’Europa del Nord.

    La zona “Rossa”.

    Nonostante gli oltre 23° centigradi all’interno della casa, Hank indossava un pesante cappotto di lana grigio a colletto alto abbottonato. Teneva le mani in tasca ed era immobile. Osservava il gelo fuori dalla finestra Hank. Il gelo che entra nelle ossa che fa tremare. Era otlre mezz’ora che se ne stava impalato li, con lo sguardo puntato al di fuori della finestra. D’un tratto i suoi occhi si concentrarono su una busta di plastica vuota. Il vento la faceva volteggiare, gonfiare. La faceva salire all’altezza dei balconi del primo piano e scendere di colpo fino ai margini del marciapiede. Gli occhi azzurro/grigi di Hank seguivano attenti le evoluzioni della busta governata dal vento. Governata dal caos. Hank tirò fuori dalla tasca destra del cappotto una sigaretta senza filtro e la accese. Fece un tiro intenso e prolungato per poi passarsi una mano nella folta barba incolta grigia con riflessi sul biondo. Hank era un uomo che aveva passato da poco la cinquantina, ma che dimostrava almeno dieci anni di più della sua reale età. Alto circa un metro e settantacinque, leggermente sovrappeso e con una stempiatura pronunciata. Il suo volto era segnato da pesanti rughe soprattutto nel contorno occhi e da una pelle provata dai troppi eccessi e soprattutto dal suo eterno vizio. Il Gin. Già, Hank era un alcolizzato cronico dall’età di sedici anni. Aveva passato di tutto da incidenti stradali a sbronze al limite del collasso. Niente era servito a fargli passare la voglia di bere. Il Gin era la sua stufa interna. Era l’unica sostanza che gli permettesse di scacciare temporaneamente il gelo. Solo che poi quello tornava più graffiante e spietato di prima.

    Hank continuava a fissare la busta di plastica che d’un tratto finì schiacciata all’addome di una signora che passava. La donna con fare indifferente prese in mano la busta e la depositò in un bidone hai margini della strada. Il caos era stato interrotto. Volutamente interrotto da un’azione umana. Hank sorrise sorpreso, fece un ultima potente tirata alla sigaretta e uscì di casa. Sembrò quasi non accorgersi della differenza di temperatura tra il dentro e il fuori. Il vento del nord si insinuava dentro i pesanti vestiti fino ad impattare con la pelle dell’uomo. Camminando Hank entrò in uno stretto vicolo pieno di insegne colorate. Le vetrine con le prostitute erano quasi tutte aperte. Una luce rossa soffusa usciva da ognuna di quelle accentuandone lo squallore. Hank entrò in un locale di lap dance scansando con cura il “butta dentro” che gli rivolgeva parola amichevolmente. All’interno l’ambiente era piccolo, il bancone del bar era racchiuso da piccole piste da ballo singole, dove ragazze decisamente sovrappeso si esibivano in danze sinuose circondate da alcuni uomini in camicia bianca e cravatta. Hank si sedette su uno sgabello al bancone del bar e, non curante dello scenario che lo circondava, ordinò un bicchiere doppio di Gin liscio che vuotò d’un fiato. “Questo è per scaldarmi le budella” disse Hank rivolto al barista che lo guardava quasi incredulo, “adesso fammene un altro doppio e lascia qua la bottiglia” disse appoggiando 50 euro sul bancone del bar. Il barman riempì nuovamente il bicchiere di Hank e, come richiestogli, lasciò li la bottiglia per andare a servire un altro cliente.

    “Salve occhi dolci, hai deciso di bere tutto quel Gin da solo stasera?”.

    La voce di quella donna entrò nelle orecchie di Hank come un petalo che si posa sull’erba. Quelle parole gli dettero la sensazione che qualcosa di caldo, di accogliente gli accarezzasse l’anima. Conosceva quella voce, la conosceva bene. Era stata per lui fonte di tanto benessere quanto tormento. Era la voce di Liza. “Mia cara sarei alquanto scortese e sadico se non considerassi l’idea di finire questa bottiglia di Gordon’s in camera con te”. “Affare fatto!” rispose ridente Liza prendendo per mano Hank. La ragazza vuotò d’un sorso il liquore nel bicchiere dell’uomo, fece alzare Hank trascinandolo con se verso una rampa di scale e voltandosi disse al barman: “Faccene avere una uguale in camera mia”.

    Liza era una ragazza sulla trentina, mora, di carnagione scura di etnia probabilmente nordafricana. Indossava quasi sempre una minigonna di seta nera con stivali di pelle alti fin sopra il ginocchio molto improbabili per lei che era esile e di bassa statura. I capelli neri lunghi fin sotto le spalle erano increspati e mal pettinati. Aveva delle labbra carnose sulle quali applicava un rossetto di un colore molto acceso tra il viola e il blu. Non era bella Liza e sembrava evitasse ogni modo per cercare di apparirlo. A Hank questo non importava. Si era innamorato di lei subito, appena udita quella voce che a lui pareva tenera e vellutata. Non gli importava nemmeno che Liza facesse la prostituta in quel buco di night dove Hank la andava sempre a trovare. L’importante per lui era che lei ci fosse. E Liza c’era. Sempre.

    I due entrarono nella stanza di lei. Alcuni secondi ed Hank si tolse il pesante cappotto quasi all’unisono con camicia e pantaloni. Si avvicinò alla ragazza voltandola a favore di un vecchio tavolo di legno. La ragazza si appoggiò con le mani al tavolo lasciando che Hank le alzasse il vestito e penetrasse dentro di lei. Pochi minuti dopo l’uomo era sdraiato esausto nel letto. Liza si ricompose leggermente, prese due bicchieri dal fondo spesso, li riempì di Gin e ne porse uno a Hank sdraiandosi al suo fianco. Hank sorrideva, i due non si parlavano molto ma per loro andava ugualmente bene così. D’un tratto Liza si sedette a gambe conserte sul letto.”Devo dirti una cosa” disse. La sua voce era diventata cupa, seria. “Me ne torno a casa a Copenhagen in Danimarca”. Ad Hank sembrò che la punta di un lungo spillo gli penetrasse la bocca dello stomaco. “Mia madre mi ha cercata” continuò la ragazza “abbiamo parlato, è disposta a riprendermi in casa ed io sono stanca di fare questa vita”. Liza abbassò lo sguardo cercando di evitare di sostenere gli occhi dell’uomo. Hank stette a fissarla per quasi un minuto immobile, in silenzio. D’un tratto accarezzò dolcemente le guancie della ragazza bagnate dalle lacrime, si alzò dal letto e si rivestì. Andò verso la porta aprendola quindi si voltò verso Liza e disse: “Ti auguro sinceramente di trovare quello che cerchi, oppure, che quello che cerchi trovi te”. Richiuse la porta alle sue spalle e se ne andò. Quella fu l’ultima volta che Hank e Liza si videro.

    In quella sera d’autunno le persone che camminavano per le strade del centro sembravano ancora più indifferenti e superficiali. Hank passeggiava con lo sguardo basso e le mani in tasca. Decise di fermarsi a un piccolo supermercato e di comprarsi una bottiglia di buon Gordon’s. Uscì dal negozio e si sedette sul gradino di un portone, aprì la bottiglia di Gin e iniziò a bere. Il vento soffiava gelido ed Hank era ancora immobile ad osservare. Seduto sul gradino vedeva gli occhi della gente, indifferenti e freddi, vedeva le insegne luminose dei bar e dei cinema a luci rosse del centro di Amsterdam. Improvvisamente gli occhi di Hank si concentrarono ancora una volta su una busta di plastica che volava. Comandata da vento, comandata dal caos. Alternava movimenti secchi ad altri ondulatori. Vedeva quel contenitore di materiale sintetico come l’astuccio della sua esistenza. Ripensò alle sue scelte, alle sue azioni basate sul niente, su un inutile senso di non appartenenza. Tutto troppo poco intenso, troppo poco duraturo. Era come se le esperienze importanti della sua vita fossero scritte su una pagina strappata da un quaderno all’interno di una busta di plastica che fluttua. Comandata dal vento, comandata dal caos. Hank appoggiò la testa al portone percependo uno strano senso di stanchezza e di intorpidimento. La busta serpeggiava in aria, una folata di vento gelido la fece alzare fino quasi alle finestre del primo piano per poi riscendere giù posandosi leggera sulla faccia di Hank. L’uomo sorrise, prese in mano la busta e la strinse in un pugno, fece un respiro profondo e lentamente chiuse gli occhi.

     

    Tratto  da Taipan